3 storie di Donne per l’8 Marzo.

L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna, una ricorrenza annuale istituita per ricordare al contempo sia i traguardi politici, sociali ed economici, sia le discriminazioni e le violenze che riguardano le donne in quasi tutto il mondo.

Le connotazioni politiche che la Giornata della donna assunse sin dalle sue prime occorrenze, l’avvento e lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale e ancora il conseguente isolamento politico della Russia e del movimento comunista nel mondo occidentale, hanno contribuito alla perdita della memoria storica delle vere origini della manifestazione.

Fin dal secondo dopoguerra, circolarono delle versioni secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una (inesistente) fabbrica di camicie “Cotton” o “Cottons” scoppiato nel 1908 a New York. Probabilmente si mescolarono tra loro le rivendicazioni operaie e una tragedia realmente accaduta il 25 marzo 1911, cioè l’incendio della fabbrica Triangle di New York, nel quale persero la vita 123 donne e 23 uomini, in gran parte di origine italiana ed ebraica. Altre versioni riferivano di una violenta repressione da parte della polizia di una manifestazione sindacale di operaie tessili (New York, 1857), o ancora di scioperi o incidenti accaduti a Chicago, a Boston o a New York. Le ricerche effettuate da alcune femministe tra gli anni settanta e ottanta hanno dimostrato l’inesattezza di queste ricostruzioni, che però continuano ad essere diffuse e accreditate.

Un modo efficace per valorizzare la memoria storica di questa ricorrenza può essere quello di ricordare alcune delle numerose donne che hanno contribuito attivamente alla nostra storia nazionale.

 

 

Carla Capponi (1918 – 2000).Carla_Capponi_1

Partigiana e politica italiana, Medaglia d’oro al valor militare.

Nata da famiglia piccolo-borghese e antifascista, fu costretta ad abbandonare gli studi di giurisprudenza alla morte del padre e a contribuire economicamente al bilancio familiare. Nel luglio del 1943, in seguito ad un bombardamento a Roma, in cerca della madre Carla accorse al Policlinico, dove rimase come volontaria; in seguito si avvicinò agli attivisti comunisti. Nel settembre 1943, partecipò come volontaria alla battaglia per la difesa di Roma dalle truppe tedesche. Insieme ad altre donne distribuva cibo ai militari italiani e si offrì di combattere, ma non riuscì a procurarsi le armi, che scarseggiavano. A Porta Capena fu testimone del mitragliamento di un carro armato italiano che batteva in ritirata da parte di un  “Tigre” tedesco: temeraria, attraversò  la strada e salvò la vita al carrista italiano, trascinandolo fuori dal mezzo e portandolo per alcuni tratti sulle spalle, fino alla propria abitazione, dove sua madre aveva già accolto altri due militari. Dopo l’occupazione tedesca entrò nel Partito Comunista Italiano e partecipò alla Resistenza nel Gruppo di Azione Patriottica “Carlo Pisacane”. Dal momento che i compagni dei GAP le impedivano di armarsi, rubò una pistola ad un militare della Guardia Nazionale Repubblicana in un autobus sovraffollato.  

Tra le sue tante imprese, è degno di nota un episodio in cui rischiò molto: nella confusione che seguì l’omicidio di Teresa Gullace, Carla Capponi estrasse d’istinto la pistola, puntandola contro l’uccisore tedesco, ma, circondata dalle donne presenti, venne arrestata dai tedeschi. Fu però aiutata da un’altra compagna, che nel trambusto le sottrasse l’arma e le infilò in tasca la tessera di un’associazione fascista. In caserma, Carla riuscì a convincere l’ufficiale che la interrogava della sua estraneità all’azione e riacquistò la libertà. Soltanto dopo la liberazione di Roma nel giugno 1944 abbandonò la clandestinità.Gappisti_romani

 

 

Michelina Di Cesare  (1841 – 1868).Michelina_Di_Cesare

Brigantessa italiana.

Ebbe un’infanzia disagiata e indigente: insieme al fratello, Michelina si rese protagonista sin da piccola di piccoli furti e sottrazione di bestiame. Nel 1862 conobbe Francesco Guerra, ex soldato borbonico e disertore dell’esercito italiano, il quale si diede alla macchia aggregandosi alla banda di Rafaniello, di cui divenne il capo. Michelina lo raggiunse in clandestinità e secondo alcuni  i due si sposarono. Nella banda divenne un elemento di spicco e fu stretta collaboratrice del suo uomo e capobanda; dalle armi che portava si ricava che fu una dei capi riconosciuti. La banda di Michelina, sia singolarmente, sia in unione ad altre bande locali, operò per molti anni con assalti, ruberie e sequestri.

Fu la soffiata di una spia a far sorprendere nel sonno Michelina e il suo uomo: la donna venne prima ferita mentre tentava di fuggire, per poi essere finita da un gruppo di soldati. I loro corpi, denudati, vennero esposti a monito della popolazione locale.

Michelina Di Cesare utilizzò molto la fotografia per propaganda ideologica: si fece ritrarre in costume tradizionale, armata di fucile e pistola, probabilmente in un atelier di Roma nel 1865. Ma anche la guerra al brigantaggio fu condotta con il supporto dei media: i fotografi al seguito delle truppe unitarie venivano chiamati sul posto della cattura o dopo l’uccisione dei briganti. Questo accadde anche per Michelina che, uccisa nello scontro a fuoco, venne messa a nudo insieme ai compagni uccisi con lei e fotografata. Dalle immagini appare tumefatta, come se avesse subito percosse e ben presto si diffuse l’opinione che fosse morta sotto tortura. Nel volto sfigurato non restava nulla del suo fascino fatale.

 

 

Franca Viola (1948)FRANCA VIOLA

La prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore.

Figlia di una coppia di coltivatori diretti, all’età di quindici anni, con il consenso dei genitori, si fidanzò con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una famiglia benestante. L’arresto di Melodia per furto e appartenenza ad una banda mafiosa portò il padre di Franca a rompere il fidanzamento e per questo la famiglia Viola fu soggetta ad una serie di violente minacce ed intimidazioni, che culminarono, il 26 dicembre 1965, con il rapimento della 17enne Franca da parte di Melodia aiutato da dodici amici, con i quali devastò l’abitazione e aggredì la madre. La ragazza venne violentata, malmenata e lasciata digiuna, nonché tenuta segregata per otto giorni. Il giorno di Capodanno, il padre della giovane fu contattato dai parenti del sequestratore per un incontro, volto a far accettare ai genitori di Franca l’unione dei due giovani. Istruiti dalla polizia, il padre e la madre di Franca finsero di accettare le nozze riparatrici e l’imposizione che Franca dovesse rimanere presso l’abitazione di Filippo, ma il giorno successivo le forze dell’ordine fecero irruzione nell’abitazione, liberando Franca ed arrestando Melodia ed i suoi complici.

Secondo gli usi del tempo, Franca avrebbe dovuto sposare il suo rapitore, per salvaguardare il suo onore e quello familiare. L’articolo 544 del codice penale recitava: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali“, cioè prevedeva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale in presenza di un cosiddetto “matrimonio riparatore“; la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

Durante il processo, la difesa cercò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d’amore e che il rifiuto di Franca di sposare il suo rapitore sarebbe stato causato dal disaccordo della famiglia. Nonostante questi tentativi del difensore, Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di reclusione e pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici. Uscito dal penitenziario, Melodia fu ucciso da ignoti con un colpo di lupara.

L’articolo 544 del codice penale è stato abrogato con la legge 442, promulgata a sedici anni di distanza dal rapimento della Viola. Solamente nel 1996 lo stupro fu riconosciuto in Italia come un reato contro la persona.

Franca Viola oggi è un simbolo di libertà e dignità. In un’ intervista con Riccardo Vescovo ha dichiarato:

«Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori».

L’ONU stima che nel mondo possa essere raggiunta un’effettiva parità di genere entro il 2030. Un significativo passo in avanti potrebbe essere fatto divenendo consapevoli che le ideologie, la storia e i diritti non dovrebbero avere distinzioni di genere.

Ci sono state e ci sono ancora tante Michela, Carla, Franca ed è giusto combattere tutti insieme le loro battaglie.

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